Temo e credo che anche quest'anno vincerà Berlusconi. Lo credo perché la sinistra sta ancora una volta conducendo una pessima campagna elettorale, perché ancora una volta mostra di avere pochi contenuti e pochissima coesione. Ma soprattutto lo credo perché Berlusconi siamo noi. Se un popolo permette a chi lo governa di dire e fare tutte le cose che Berlusconi ha detto e fatto (e non ha detto e non ha fatto), vuol dire che questa è la situazione che ci meritiamo, sia (soprattutto) chi l'ha votato, e sia (in misura più colpevole di quello che ci si potrebbe aspettare) chi non l'ha votato.
La maggioranza degli italiani voterà nuovamente Berlusconi. E diosolosà quanto spero di sbagliarmi.
Alcuni di quelli che lo voteranno, forse molti, lo faranno perché pensano che finalmente l'Italia ha acquisito un certo prestigio internazionale. Questo è quello che la maggioranza di governo ha cercato di far credere, e in tanti hanno abboccato.
Bene. Non posso farci niente in proposito, ma - se interessa a qualcuno - posso fornire la mia esperienza di residente all'estero da quasi 7 anni.
MAI, e sottolineo MAI, la reputazione degli italiani e dell'Italia all'estero è stata così bassa. Il potere di Berlusconi, i conflitti d'interesse, le sue gaffes a livello internazionale, la sua arroganza, i suoi alleati fascisti, mafiosi o cafoni (più spesso tutt'e tre assieme), le sue pendenze con la giustizia, il suo ego, il suo narcisismo e il suo umorismo da caserma, sono oggetto continuo di disprezzo e derisione da parte dei nostri interlocutori europei. Solo la parola "Berlusconi", in occasioni sociali di ogni genere, suscita risate di sarcastico compatimento. L'applauso più fragoroso che abbia ricevuto nella mia carriera accademica non è stato al termine di una presentazione particolarmente brillante, ma quando, una settimana dopo la gaffe con l'on.Schulz all'inaugurazione del semestre italiano di presidenza dell'Unione Europea, mi sono affrettato a precisare che non avevo votato per lui.
Si usa l'Italia come, secondo "Caro Diario", si usa il quartiere romano di Spinaceto: "vabbè, ma qui mica siamo in Italia". "Nooo, solo in Italia succedono certe cose". "No, qui no... per quel genere di cose c'è l'Italia".
La profezia di Gaber si è avverata: "Lo stato come da noi nemmeno in Uganda!"
Nel 1994 gli amici stranieri ci chiedevano, tutti preoccupati, come era stato possibile mandare al governo un uomo così potente e corrotto, per giunta assieme ai fascisti (vi ricordate quella scena di "Aprile" con Nanni Moretti che parla ad un collega francese e scoppia in un riso isterico?). Adesso, dopo il 2001, non ci prende più nessuno sul serio, e alla preoccupazione si è sostituita una paternalistica rassegnazione, come per dire "beh, allora ve l'andate a cercare!", alla quale segue la derisione di cui sopra.
Chi mi conosce sa bene quanto poco nazionalista e patriottico io sia, e quindi sa che non ho mai portato la croce delle disavventure e delle disfuzioni del mio Paese. Se mi dicono PizzaSpaghettiMandolino, non mi sento né offeso, né - soprattutto - interessato: è chiaro a tutti (soprattutto ai miei interlocutori) che non si sta parlando del sottoscritto.
Dunque, se uno come me avverte imbarazzo per questa situazione, è perché siamo veramente scaduti nel ridicolo, agli occhi di chi ci circonda e osserva. E io di imbarazzo, credetemi, ne avverto molto. Soprattutto quando penso che c'è invece qualche mio connazionale che crede che adesso io sia più rispettato e stimato.
Votate pure Berlusconi, se volete, se dovete, e se ve lo fa sentire più duro o più lungo o più efficiente, ma se pensate che questo vi dia più prestigio davanti alla comunità internazionale, sappiate che state commettendo un errore madornale, grossolano, e molto, molto patetico.
Un abbraccio a tutti/e
Friday, February 24, 2006
Saturday, February 18, 2006
forse ce la fa
Forse ce la fa, la sentenza della corte di Cassazione secondo cui una ragazza minorenne stuprata è meno danneggiata se ha già avuto rapporti sessuali consenzienti. Ce la fa a farsi eleggere "Cazzata dell'anno" 2006.
I nostri giudici si stanno distinguendo per una serie di sentenze-modello sulla violenza sessuale, una dietro l'altra (ricordo quella sui jeans attillati, che non possono essere sfilati da solo dal violentatore, quindi 'lei' doveva essere consenziente). Bravi, proprio bravi.
In meno di due settimane, grazie anche alla questione delle vignette danesi su Maometto e alle autodefinizioni divine e napoleoniche dell'innominato, il premio "Cazzata dell'anno" ha già tre serissimi candidati.
Santo cielo, e siamo appena a metà febbraio...
I nostri giudici si stanno distinguendo per una serie di sentenze-modello sulla violenza sessuale, una dietro l'altra (ricordo quella sui jeans attillati, che non possono essere sfilati da solo dal violentatore, quindi 'lei' doveva essere consenziente). Bravi, proprio bravi.
In meno di due settimane, grazie anche alla questione delle vignette danesi su Maometto e alle autodefinizioni divine e napoleoniche dell'innominato, il premio "Cazzata dell'anno" ha già tre serissimi candidati.
Santo cielo, e siamo appena a metà febbraio...
Thursday, February 09, 2006
CaroDario1: vignette sataniche
"Caro Dario" è una rubrica di posta che conduco sul giornale "La Rondine" (www.larondine.fi). Da quando ho cominciato questa attività, si è creata subito una piccola tradizione di lettere che mi interrogano su fatti di attualità o su valori ideologici ed etici. Sono in genere, dunque, risposte lunghe a domande lunghe. E sono poche (in due anni di attività, avrò ricevuto si e no una cinquantina di lettere, e avrò risposto a non più di 20). Su DDD le pubblicherò a poco a poco tutte quante, scegliendo di cominciare dall'ultima, che mi permette di commentare una faccenda di forte, per quanto assurda, attualità.
***
Caro Dario,
Ma dove sei finito? Mi chiamo Antonella, e sono un'affezionata lettrice della tua rubrica. Da un po' di tempo non vedo tue lettere, e non sono sicura che questo sia dovuto a una mancanza di lettori che ti scrivono, o a un tuo distaccamento dal giornale (non ho visto neanche altri tuoi articoli di recente). Ho pensato di scriverti perché so che l'argomento della mia lettera ti interessa, e sono sicura che non ti sottrarrai a rispondere.
Vorrei parlarti della questione più scottante di questi giorni, ovvero le vignette su Maometto. Personalmente, mi ritengo una cattolica credente (anche se poco praticante). Sono per il rispetto di tutte le religioni, e non credo, come tanti invece fanno, che ogni musulmano sia un potenziale terrorista. Ho trovato senz'altro quelle vignette di cattivo gusto (si scherza con i fanti, ma non con i santi), però trovo che la reazione sia stata del tutto sproporzionata. Non posso fare a meno di notare che noi cristiani sappiamo accettare l'ironia con più pacatezza, e senza scaldare troppo gli animi. Non voglio dire che siamo superiori, però è innegabile che ci sia una differenza culturale tra "noi" e "loro". Tu cosa ne pensi?
E poi un'altra cosa: secondo te quegli stati (Italia compresa) che hanno deciso di pubblicare le vignette, si sono comportati in modo responsabile o no? Mi spiego: è vero che da un lato bisognava dare un segnale di solidarietà ai danesi, ma è anche vero che così ci si espone ulteriormente alla rappresaglia musulmana, con il rischio che ci vadano di mezzo degli innocenti. Non era forse meglio dichiarare la propria solidarietà esplicitamente, ma evitare di pubblicare quelle caricature?
Spero che troverai il tempo di rispondermi.
Ti saluto con affetto
Antonella Ferri
____
Cara Antonella,
Ti ringrazio per la tua lettera. Mi scuso con te e con le altre lettrici e gli altri lettori per la mia lunga assenza. Le tue ipotesi su questa pausa sono entrambe corrette: poche lettere da un lato, e poco tempo dall'altro, tale da non consentirmi di rispondere a un paio di quelle che ho trovato più stimolanti. Non me ne vogliano i rispettivi lettori se dò precedenza ad Antonella, per l'estrema attualità dell'argomento da lei proposto.
Eccomi dunque, e nuovamente, a commentare questioni riguardanti l'infiltrazione della religione nella vita civile, e - in particolare - il comportamento degli estremisti musulmani. Chi ha seguito i miei precedenti interventi a riguardo, sa bene che non ho simpatia per nessuna delle due attività.
Trovo molto pericoloso che la religione (qualunque essa sia) esca (qualunque sia la forma) dalla sfera prettamente individuale e privata di ciascun adepto. Lo trovo dannoso per la comunità, e sbagliato concettualmente. Se credo in un'entità (superiore o meno, antropomorfa o meno, palpabile o meno, etc.) che ha creato il mondo o che ha fatto e fa altre cose, sono fatti miei. Punto e basta. Ho diritto e piacere di parlarne con chi la pensa come me, ma
- non devo convincere nessuno che il mio credo mi rende 'eletto',
- non devo prendere soldi dallo stato per questo motivo,
- non devo aspettarmi che chi viene a casa mia debba attenersi ai principi di quel credo (soprattutto, non devo aspettarmi questo se io stesso sono ospite a casa di qualcun altro),
- non devo limitare la libertà di nessuno (anche se questa libertà viene esercitata per prendere in giro l'entità alla quale credo),
- non devo ammazzare nessuno in nome di nessuno (specie se questo precetto ce l'ho tra i miei comandamenti).
Chi ha reagito in quel modo brutale (ma anche chi ha reagito e basta) alle vignette dello Jyllands-Posten ha fatto il contrario di tutto questo, e non sono disposto a trovargli una giustificazione.
Dice: ce l'ho con i musulmani. No. Ce l'ho con gli estremismi religiosi. Non li sopporto. E ce l'ho anche un pochino con la pressoché totale mancanza di senso dell'umorismo da parte delle persone religiose, anche quando non sono estremiste.
Dice: ma di fatto sono solo i musulmani che reagiscono in questo modo. Nemmeno. Senz'altro viviamo un periodo storico nel quale l'estremismo musulmano sta mostrando il peggio di sè. Senz'altro questo estremismo è oggi più visibile (e/o reso tale da certe campagne mediatiche: non mi riferisco a questo episodio, ma ad un atteggiamento generale). E, infine, senz'altro la definizione di "estremista" si sta allargando a persone e gruppi che forse un tempo si sarebbero qualificati come moderati. Ma questo non mi tranquillizza affatto rispetto alla generale permalosità di ogni religione e delle sue forme fondamentaliste e radicali (presenti in ognuna), rispetto alla loro infiltrazione nella vita civile (che sempre e ovunque esse esercitano), e rispetto all'equivoco di fondo di tanti fondamentalisti sullo status di "eletti" (status che, in teoria o in pratica, quasi tutte le religioni fanno proprio).
Sono leggermente più in difficoltà (nel senso che non so bene che posizione prendere) con la tua seconda domanda. In linea di principio, sono d'accordo con te sul pericolo cui vengono o verrebbero esposte tante comunità, in un momento in cui - come dici tu - gli animi sono caldissimi. Ma, esercitata la ragion pratica, devo anche far fronte alla ragion pura, che mi suggerisce quanto sacrosanto sia che ogni Stato manifesti la sua solidarietà verso lo Jyllands-Posten, la Danimarca e in generale la libertà di espressione. E quanto giusto sia che non si ceda ai ricatti di questi esagitati.
Cosa fare nello specifico, però, non saprei.
Spero solo, e banalmente, che tutto finisca al più presto, e che non si arrivi a qualcosa di troppo serio e grave per una questione così ridicola.
Ma ci pensate? Rischiamo una guerra per dodici vignette!
Un caro saluto
***
Caro Dario,
Ma dove sei finito? Mi chiamo Antonella, e sono un'affezionata lettrice della tua rubrica. Da un po' di tempo non vedo tue lettere, e non sono sicura che questo sia dovuto a una mancanza di lettori che ti scrivono, o a un tuo distaccamento dal giornale (non ho visto neanche altri tuoi articoli di recente). Ho pensato di scriverti perché so che l'argomento della mia lettera ti interessa, e sono sicura che non ti sottrarrai a rispondere.
Vorrei parlarti della questione più scottante di questi giorni, ovvero le vignette su Maometto. Personalmente, mi ritengo una cattolica credente (anche se poco praticante). Sono per il rispetto di tutte le religioni, e non credo, come tanti invece fanno, che ogni musulmano sia un potenziale terrorista. Ho trovato senz'altro quelle vignette di cattivo gusto (si scherza con i fanti, ma non con i santi), però trovo che la reazione sia stata del tutto sproporzionata. Non posso fare a meno di notare che noi cristiani sappiamo accettare l'ironia con più pacatezza, e senza scaldare troppo gli animi. Non voglio dire che siamo superiori, però è innegabile che ci sia una differenza culturale tra "noi" e "loro". Tu cosa ne pensi?
E poi un'altra cosa: secondo te quegli stati (Italia compresa) che hanno deciso di pubblicare le vignette, si sono comportati in modo responsabile o no? Mi spiego: è vero che da un lato bisognava dare un segnale di solidarietà ai danesi, ma è anche vero che così ci si espone ulteriormente alla rappresaglia musulmana, con il rischio che ci vadano di mezzo degli innocenti. Non era forse meglio dichiarare la propria solidarietà esplicitamente, ma evitare di pubblicare quelle caricature?
Spero che troverai il tempo di rispondermi.
Ti saluto con affetto
Antonella Ferri
____
Cara Antonella,
Ti ringrazio per la tua lettera. Mi scuso con te e con le altre lettrici e gli altri lettori per la mia lunga assenza. Le tue ipotesi su questa pausa sono entrambe corrette: poche lettere da un lato, e poco tempo dall'altro, tale da non consentirmi di rispondere a un paio di quelle che ho trovato più stimolanti. Non me ne vogliano i rispettivi lettori se dò precedenza ad Antonella, per l'estrema attualità dell'argomento da lei proposto.
Eccomi dunque, e nuovamente, a commentare questioni riguardanti l'infiltrazione della religione nella vita civile, e - in particolare - il comportamento degli estremisti musulmani. Chi ha seguito i miei precedenti interventi a riguardo, sa bene che non ho simpatia per nessuna delle due attività.
Trovo molto pericoloso che la religione (qualunque essa sia) esca (qualunque sia la forma) dalla sfera prettamente individuale e privata di ciascun adepto. Lo trovo dannoso per la comunità, e sbagliato concettualmente. Se credo in un'entità (superiore o meno, antropomorfa o meno, palpabile o meno, etc.) che ha creato il mondo o che ha fatto e fa altre cose, sono fatti miei. Punto e basta. Ho diritto e piacere di parlarne con chi la pensa come me, ma
- non devo convincere nessuno che il mio credo mi rende 'eletto',
- non devo prendere soldi dallo stato per questo motivo,
- non devo aspettarmi che chi viene a casa mia debba attenersi ai principi di quel credo (soprattutto, non devo aspettarmi questo se io stesso sono ospite a casa di qualcun altro),
- non devo limitare la libertà di nessuno (anche se questa libertà viene esercitata per prendere in giro l'entità alla quale credo),
- non devo ammazzare nessuno in nome di nessuno (specie se questo precetto ce l'ho tra i miei comandamenti).
Chi ha reagito in quel modo brutale (ma anche chi ha reagito e basta) alle vignette dello Jyllands-Posten ha fatto il contrario di tutto questo, e non sono disposto a trovargli una giustificazione.
Dice: ce l'ho con i musulmani. No. Ce l'ho con gli estremismi religiosi. Non li sopporto. E ce l'ho anche un pochino con la pressoché totale mancanza di senso dell'umorismo da parte delle persone religiose, anche quando non sono estremiste.
Dice: ma di fatto sono solo i musulmani che reagiscono in questo modo. Nemmeno. Senz'altro viviamo un periodo storico nel quale l'estremismo musulmano sta mostrando il peggio di sè. Senz'altro questo estremismo è oggi più visibile (e/o reso tale da certe campagne mediatiche: non mi riferisco a questo episodio, ma ad un atteggiamento generale). E, infine, senz'altro la definizione di "estremista" si sta allargando a persone e gruppi che forse un tempo si sarebbero qualificati come moderati. Ma questo non mi tranquillizza affatto rispetto alla generale permalosità di ogni religione e delle sue forme fondamentaliste e radicali (presenti in ognuna), rispetto alla loro infiltrazione nella vita civile (che sempre e ovunque esse esercitano), e rispetto all'equivoco di fondo di tanti fondamentalisti sullo status di "eletti" (status che, in teoria o in pratica, quasi tutte le religioni fanno proprio).
Sono leggermente più in difficoltà (nel senso che non so bene che posizione prendere) con la tua seconda domanda. In linea di principio, sono d'accordo con te sul pericolo cui vengono o verrebbero esposte tante comunità, in un momento in cui - come dici tu - gli animi sono caldissimi. Ma, esercitata la ragion pratica, devo anche far fronte alla ragion pura, che mi suggerisce quanto sacrosanto sia che ogni Stato manifesti la sua solidarietà verso lo Jyllands-Posten, la Danimarca e in generale la libertà di espressione. E quanto giusto sia che non si ceda ai ricatti di questi esagitati.
Cosa fare nello specifico, però, non saprei.
Spero solo, e banalmente, che tutto finisca al più presto, e che non si arrivi a qualcosa di troppo serio e grave per una questione così ridicola.
Ma ci pensate? Rischiamo una guerra per dodici vignette!
Un caro saluto
Saturday, January 28, 2006
EDIZIONI LIMITATE: i re di Roma erano molto più di sette (4)
C'era anche Porto Cervio, il re che faceva vacanze costose
Sunday, January 15, 2006
Thursday, December 29, 2005
botti di capodanno
Quand'è giusto è giusto (non si era detto niente tautologie???): complimenti a TgCom per aver riportato la seguente notizia:
Ogni anno decine di animali di proprietà si perdono, durante le celebrazioni del Capodanno, a causa dello spavento provocato dalle esplosioni dei fuochi d’artificio e dei petardi che in molti animali evocano un vero e proprio terrore. Non di rado l’improvviso scoppio può anche provocare seri incidenti in quanto gli animali, anche se correttamente tenuti al guinzaglio, possono scappare dalla custodia del padrone e attraversare le strade, rischiando non soltanto la loro vita ma anche potendo provocare seri incidenti. A questo bisogna comunque aggiungere, per dovere di cronaca, l’elevato numero di incidenti che provocano serissime conseguenze anche fra gli utilizzatori dei botti di capodanno.
Lo scoppio dei petardi non costituisce comunque soltanto un problema per gli animali domestici ma, anche per quelli selvatici ai quali, il rumore provocato dalle esplosioni, ricorda quello delle fucilate, specie in un periodo in cui la caccia è ancora aperta e la fauna selvatica è già costantemente sotto stress. La Sezione Enpa di Milano invita quindi tutti i cittadini a voler bandire, o quantomeno limitare, l’uso di petardi ed altri materiali esplodenti per non creare inutili problemi all’incolumità sia delle persone che degli animali. Nel caso si reputi di non poter proprio festeggiare il capodanno senza esplosioni sarebbe già molto fare la massima attenzione a dove si buttano i petardi, verificando l’assenza di animali nei dintorni.
Wednesday, December 28, 2005
discorso di fine anno
Allora, il 2005 sta finendo ed è tempo di bilanci, soprattutto è il momento dell'autocritica e dei buoni propositi. In più, Natale è il momento del perdono: tutti si è più generosi e inclini alla buona azione.
Dunque, nel 2005 hanno definitivamente rotto i marroni:
1) IL GOLF: sport più a destra di LaRussa, più inutile di Mastella, e più stupido dei due messi assieme;
2) LO SLOW-FOOD: prima i ricchi ce l'hanno messa in culo togliendoci il tempo di mangiare comodamente e lanciando i fast-food, e poi ce l'hanno rimessa in culo riscoprendo la cucina povera e facendola pagare 10 volte di più;
3) I PANTALONI DEI TEEN-AGER: non se ne sono ancora accorti che sono troppo larghi e che sembra veramente che si sono cagati addosso?;
4) LA SAGGEZZA SPICCIOLA, IN PARTICOLARE LE TAUTOLOGIE: basta con le citazioncelle di latino, basta con le frasette da buon senso, e soprattutto basta con espressioni tipo "la qualità è qualità" (quasi sempre seguita da "non c'è niente da fare"). Non significano un cazzo;
5) I VIDEO DEI RAPPER DI COLORE: sono tutti uguali. Si vestono come un incrocio tra Michael Jordan e un negozio di bigiotteria, si mettono a fare quei gesti idioti vicino alle telecamere, e si fanno sempre circondare da belle ragazze in costume. La vogliamo introdurre una variazione, sì o no?;
6) LA TRADIZIONE: d'accordo che è importante, d'accordo che va preservata, d'accordo che chi non comprende il passato ripeterà gli stessi errori eccetera eccetera, però che palle!;
7) LO SKA E LA PIZZICA TARANTATA: in Puglia non si suona più nient'altro. O è un trionfo di Un-Zah Un-Zah Un-Zah, oppure si finisce al punto 6. A ri-che palle!;
8) LA PRIMA CLASSE, LA BUSINESS-CLASS ECCETERA ECCETERA: è possibile che esistano ancora nel XXI secolo? Ma allora illuminismo, Rivoluzione Francese, Comune di Parigi, lotta di classe, Dichiarazione dei diritti dell'uomo... è stato tutto inutile?;
9) IL NAZIONALISMO: mi sbaglio o sta tornando pericolosamente di moda un po' dappertutto? Li vogliamo recuperare un po' di sano cosmopolitismo e di interculturalità?;
10) LE RELIGIONI: non le voglio abolire, ma vorrei che si riaffermasse con orgoglio il diritto alla laicità di uno stato e dei suoi cittadini. E poi bisogna seriamente prendere provvedimenti (soprattutto educativi) per smussare i fondamentalismi e i fanatismi. E ve ne sono in ogni religione, soprattutto in quelle più grandi;
11) IL PROGETTO ERASMUS: se mi arriva in Finlandia un altro deficiente di studente a fare turismo sessuale e narcotico e a non fare un cazzo all'Università pensando che tutto gli sia dovuto, con i soldi del progetto Erasmus (pochi, d'accordo, ma sempre erogati per studiare), è la volta buona che raccolgo le 500.000 firme. E pazienza se saranno quasi tutte firme di missini e forzisti;
12) NAPOLI: ci ho soggiornato una notte, una sola, il tempo di farmi raggirare da tutte, ripeto tutte, le persone che ho incontrato. Tassisti che per arrivare dall'aereoporto all'albergo per poco non passano dalla Basilicata; Albergatori che dicono di volersi scusare per il comportamento incivile dei tassisti, ti assicurano che "non tutti i napoletani sono così", promettono che ti faranno uno sconto sulla camera, e poi al momento del pagamento non si fanno trovare e chi li sostituisce giura e spergiura di non aver ricevuto nessuna istruzione a riguardo; Ristoratori che promettono che tutte le pietanze ti costeranno entro un tot e poi - al momento del conto - ti dicono che solo le cose che hai scelto tu fanno eccezione... Continuo a credere che non tutti i napoletani siano così, ma è come la storia dei 'pochi imbecilli isolati' allo stadio. Sempre pochi e sempre isolati, eppure sono sempre lì;
13) LE ESPRESSIONI "IN QUALCHE MODO", "ASSOLUTAMENTE", E "L'ULTIMO DEI..." (per le prime due, ringrazio Franco Fabbri per la segnalazione): d'ora in poi chi usa l'espressione "in qualche modo", deve specificare almeno una volta su tre in QUALE cacchio di modo. Poi, le cose non possono sempre essere 'assolutamente' in un modo: ogni tanto possono anche essere 'decisamente', 'senza dubbio', 'veramente', 'realmente', 'molto', 'tanto', 'copiosamente', e via discorrendo. Infine, quando muore qualcuno, si smetta di dire che era l'ultimo di qualcosa. L'ultimo dei comici, l'ultimo degli artisti, l'ultima delle dive... Basta, basta, basta!
Tra i buoni propositi per l'anno nuovo, vorrei usare meno parolacce.
Dunque, nel 2005 hanno definitivamente rotto i marroni:
1) IL GOLF: sport più a destra di LaRussa, più inutile di Mastella, e più stupido dei due messi assieme;
2) LO SLOW-FOOD: prima i ricchi ce l'hanno messa in culo togliendoci il tempo di mangiare comodamente e lanciando i fast-food, e poi ce l'hanno rimessa in culo riscoprendo la cucina povera e facendola pagare 10 volte di più;
3) I PANTALONI DEI TEEN-AGER: non se ne sono ancora accorti che sono troppo larghi e che sembra veramente che si sono cagati addosso?;
4) LA SAGGEZZA SPICCIOLA, IN PARTICOLARE LE TAUTOLOGIE: basta con le citazioncelle di latino, basta con le frasette da buon senso, e soprattutto basta con espressioni tipo "la qualità è qualità" (quasi sempre seguita da "non c'è niente da fare"). Non significano un cazzo;
5) I VIDEO DEI RAPPER DI COLORE: sono tutti uguali. Si vestono come un incrocio tra Michael Jordan e un negozio di bigiotteria, si mettono a fare quei gesti idioti vicino alle telecamere, e si fanno sempre circondare da belle ragazze in costume. La vogliamo introdurre una variazione, sì o no?;
6) LA TRADIZIONE: d'accordo che è importante, d'accordo che va preservata, d'accordo che chi non comprende il passato ripeterà gli stessi errori eccetera eccetera, però che palle!;
7) LO SKA E LA PIZZICA TARANTATA: in Puglia non si suona più nient'altro. O è un trionfo di Un-Zah Un-Zah Un-Zah, oppure si finisce al punto 6. A ri-che palle!;
8) LA PRIMA CLASSE, LA BUSINESS-CLASS ECCETERA ECCETERA: è possibile che esistano ancora nel XXI secolo? Ma allora illuminismo, Rivoluzione Francese, Comune di Parigi, lotta di classe, Dichiarazione dei diritti dell'uomo... è stato tutto inutile?;
9) IL NAZIONALISMO: mi sbaglio o sta tornando pericolosamente di moda un po' dappertutto? Li vogliamo recuperare un po' di sano cosmopolitismo e di interculturalità?;
10) LE RELIGIONI: non le voglio abolire, ma vorrei che si riaffermasse con orgoglio il diritto alla laicità di uno stato e dei suoi cittadini. E poi bisogna seriamente prendere provvedimenti (soprattutto educativi) per smussare i fondamentalismi e i fanatismi. E ve ne sono in ogni religione, soprattutto in quelle più grandi;
11) IL PROGETTO ERASMUS: se mi arriva in Finlandia un altro deficiente di studente a fare turismo sessuale e narcotico e a non fare un cazzo all'Università pensando che tutto gli sia dovuto, con i soldi del progetto Erasmus (pochi, d'accordo, ma sempre erogati per studiare), è la volta buona che raccolgo le 500.000 firme. E pazienza se saranno quasi tutte firme di missini e forzisti;
12) NAPOLI: ci ho soggiornato una notte, una sola, il tempo di farmi raggirare da tutte, ripeto tutte, le persone che ho incontrato. Tassisti che per arrivare dall'aereoporto all'albergo per poco non passano dalla Basilicata; Albergatori che dicono di volersi scusare per il comportamento incivile dei tassisti, ti assicurano che "non tutti i napoletani sono così", promettono che ti faranno uno sconto sulla camera, e poi al momento del pagamento non si fanno trovare e chi li sostituisce giura e spergiura di non aver ricevuto nessuna istruzione a riguardo; Ristoratori che promettono che tutte le pietanze ti costeranno entro un tot e poi - al momento del conto - ti dicono che solo le cose che hai scelto tu fanno eccezione... Continuo a credere che non tutti i napoletani siano così, ma è come la storia dei 'pochi imbecilli isolati' allo stadio. Sempre pochi e sempre isolati, eppure sono sempre lì;
13) LE ESPRESSIONI "IN QUALCHE MODO", "ASSOLUTAMENTE", E "L'ULTIMO DEI..." (per le prime due, ringrazio Franco Fabbri per la segnalazione): d'ora in poi chi usa l'espressione "in qualche modo", deve specificare almeno una volta su tre in QUALE cacchio di modo. Poi, le cose non possono sempre essere 'assolutamente' in un modo: ogni tanto possono anche essere 'decisamente', 'senza dubbio', 'veramente', 'realmente', 'molto', 'tanto', 'copiosamente', e via discorrendo. Infine, quando muore qualcuno, si smetta di dire che era l'ultimo di qualcosa. L'ultimo dei comici, l'ultimo degli artisti, l'ultima delle dive... Basta, basta, basta!
Tra i buoni propositi per l'anno nuovo, vorrei usare meno parolacce.
Monday, December 26, 2005
TELADOIOLAFINLANDIA - Della coppa Finlandia
Nonostante vi risulterà difficile crederlo, i fatti descritti in questo TELADOIOLAFINLANDIA sono realmente accaduti...
***
“Coppa Finlandia?”
“Kyllä”
“Vuoi dire come la Coppa Italia, però in Finlandia?”
“Kyllä”
“E volete proprio che venga io?”
“Kyllä… ci sono state un po’ di defezioni, e abbiamo bisogno di altri giocatori”.
Ricapitoliamo.
Io e Nicola (Rainò, quello binario) abbiamo appena terminato la partitella di calcetto del Martedì, la squadra dove giocavo ha inesorabilmente perso, io mi sono mangiato un paio di goal che avrebbe segnato anche Esnaider, e tu, o fiero alleato scandinavo Risto Saarinen, mi chiedi se voglio giocare in Coppa Finlandia?
Miii… Kyllä se voglio. E quando mi ricapita!?
Il fiero alleato scandinavo Risto Saarinen è un eccellente e brevilineo trequartista, che dà-del-tu-al-pallone, e in-qualsiasi-momento-può-cambiare-il-corso-della-partita (qualcuno disse: se dovessero farmi un trapianto di cervello, vorrei quello di un giornalista sportivo, perché sarei sicuro che non è stato mai usato). Risto è indecorosamente più bravo di me, così come la maggior parte degli amici con cui gioco il martedì (tranne Nicola, forse, che essendo binario preferisce umiliarmi a ping pong). Ma sono tutti molto simpatici e corretti, e sarà un piacere giocare con loro in Coppa Finlandia.
Mancano quattro giorni all’evento, e così ho il tempo di caricarmi (Miii…). Sogno nell’ordine: 1) 1-0 per noi con gol spettacolare del sottoscritto (tipo serpentina in mezzo a sei avversari); 2) 1-0 per noi con gol normale del sottoscritto (tipo deviazione sottomisura, sempre come dicono quelli col cervello nuovo nuovo); 3) 1-0 per noi con assist decisivo del sottoscritto, o alternativamente senza assist ma con salvataggio sulla linea al novantesimo; 4) 0-0 con risoluzione ai rigori e penalty decisivo del sottoscritto, a cucchiaio (o alla Panenka, come sarebbe storicamente giusto dire, anche se questo significherebbe intaccare l’integrità neurologica di cui sopra); 5) 0-0 con risoluzione ai rigori e penalty decisivo tirato anche male, ma basta che entra.
Incubi ricorrenti: uno o più autogol; non mi passano mai la palla; mi passano la palla ma tutte le volte la sbuccio come una pesca.
Alle 12 e 45 di Sabato 4 Aprile arrivo sul campo di Tali (poté nome essere più anonimo?). Fa un freddo immondo, ma io sono carico (Miii…). Vado a cambiarmi. Abbigliamento di CaroDario: maglietta della salute verde militare con scollo a V e conseguente decolleté villoso, tuta nera del Tarioustalo simil-adidas con 2 strisce invece di 3, scarpette da calcetto (quelle da calcio non le ho), giaccone invernale elegante (potevo portare quello sportivo, ma mica me l’avevano detto che giocavamo all’aperto), guanti da neve, cappello verde militare (pendant) modello South Park. In tasca, fazzoletti, barretta Fazer per eventuali emergenze caloriche (in realtà consumata ben prima del fischio d’inizio), e telefonino acceso per scambiare SMS nella tensione dell’evento (Miii…) con RainoBinario e con la Dott.ssa Ravaioli, tifosissima di calcio, l’unica che può darmi soddisfazione in tale frangente (e fornire ulteriori Miii di incoraggiamento).
Il campo è lo stesso utilizzato nel Secondo Tragico Fantozzi: pozzanghere di imprecisata profondità, e promessa di visione mistica a metà ripresa.
Naturalmente parto dalla panchina. La formazione-tipo è già schierata. Il nome della squadra (i buoni, d’ora in poi) è Rumba Regulins, una vaga promessa di sudamericanità calcistica. Gli avversari (i cattivi, d’ora in poi) si chiamano Kiffen Old Boys, e sono una squadra di vecchie glorie del calcio finlandese, tutte over 35, e dunque apparentemente abbordabili (più in là mi sarei ricordato che Baggio ha 38 anni). Naturalmente i buoni sono in bianco, i cattivi in nero. Mi viene consegnato il numero di maglia più sfigato possibile, il 23 (caratteristica che il referto ufficiale enfatizzerà, attribuendomi erroneamente il 26): a parte Beckham, che comunque non mi è mai piaciuto, non credo esistano o siano mai esistiti fuoriclasse nella storia del calcio che abbiano mai indossato quel numero. Guardo la maglietta: è piena di sponsor, sembra una tuta di Formula 1. Tra le altre, scovo l’etichetta di una casa discografica indipendente finlandese, la Spinefarm, che produce ottima musica elettronica. Un minimo di appiglio affettivo in un contesto nel quale sono decisamente alieno.
Calcio di inizio.
Miii.
Cominciano i buoni.
Tre secondi dopo, la palla passa ai cattivi.
Osservo dalla (diciamo così) tribuna (capienza posti 15, numero di spettatori 6, di cui quattro giocatori, un allenatore e la figlia dell’allenatore, unica in abiti civili).
I buoni giocano discretamente compatti, ma gli attaccanti, tra cui il fiero alleato Risto Saarinen, non vedono palla. I cattivi attaccano con ordine, ma non sembrano per il momento pungere.
Al 12’ del primo tempo, il giudice di gara, mentre sua moglie sta chiaramente commettendo adulterio, assegna un inesistente rigore ai cattivi.
Sul dischetto Janne Lappalainen.
Breve rincorsa.
Tiro: portiere da una parte, pallone dall’altra.
Yksi-nolla.
Guarda il mare!!!
Fosse stata una partita con pochi gol, avrei volentieri segnalato anche altre azioni degne di nota. Ma non è andata così.
18’. Esa Pamppunen si invola ramingo ed esule verso la porta difesa (si fa per dire, e capirete presto perchè) da Esko Salminen. Vertice sinistro dell’area di rigore. Tiro. Salminen para ma non trattiene. La palla filtra e per Pamppunen è un gioco da ragazzi infilare a porta vuota.
Kaksi-nolla.
Se qualcuno non ha totalmente dimenticato i mondiali nippo-coreani, questo gol è una fotocopia del primo segnato da Vieri all’Ecuador. Ne consegue il sillogismo:
Il gol di Pampunnen ricorda uno di Vieri
Vieri nell’occasione giocava contro l’Ecuador
I Rumba Regulins sembrano l’Ecuador.
24'. Kari Kukko di piatto.
Kolme-nolla.
28’. SMS della Dott.ssa Ravaioli. Mi chiede quanto stiamo. Superato un breve attimo di sconforto le rispondo sinceramente.
35'. Hannu Hiltunen, che gioca nei buoni, decide che in un modo o nell’altro un gol lo vuole fare. Opta per la soluzione più agevole. La propria porta.
Neljä-nolla. La situazione è seria, ma non tragica.
42'. Innocuo colpo di testa di Henri Keinänen. L’impagabile Salminen va in presa sicura. La palla si trasforma in saponetta Camay. Sguish! E sono viisi.
La situazione è tragica, ma non seria.
43'. Aleksander Baranov si presenta solo davanti al portiere (di nuovo). Dribbling secco. Salminen, fedele al nome, rimane fermo e impassibile. Baranov deposita.
Kuusi-nolla.
Fine primo tempo.
Mi sembra di averne contati sei, ma potrebbero essere di più.
I buoni raggiungono la tribuna. Il fiero alleato Risto Saarinen non ha toccato palla. Nell’aria un senso di spleen baudelairiano: angoscia verso l’infinito. Subentra una più rassicurante atarassia epicurea. Tanto vale farsene una ragione.
Vorrei che non fosse così, ma è grazie all’atarassia che decidono di farmi entrare. Sul nolla-kuusi che danno posso fare?
E così è. Al 10’ circa della ripresa, vengo invitato a scaldarmi.
Miii al quadrato.
Entro al posto dello spento Ahonen, sulla fascia sinistra. Dovrei fare l’ala, come il mio idolo Bruno Conti, ma siccome i cattivi pressano ancora come degli ossessi, di fatto sono terzino.
Ma la squadra sta giocando con piglio diverso. C’è fiducia tra i giocatori: forse lo 0-6 può essere difeso fino alla fine. Verso il 70’ faccio l’unica cosa memorabile di una partita assolutamente anonima: vicino alla mia area mi libero per due volte di tacco dell’assatanata ala avversaria per poi liberare in scioltezza. Per il resto: 2 passaggi azzeccati su 5, un fallo laterale, un mancato aggancio a centrocampo, svariate rincorse vane dietro l’ala di cui sopra, e un sublime atto di vigliaccheria durante una punizione avversaria dal limite (sono in barriera, vedo la palla partire dal piede avversario e ingrandirsi velocemente: se non mi sposto mi arriva in pieno volto. Mi sposto. La palla filtra nel modo più pericoloso possibile, ovvero sbucando improvvisa dalla barriera. Ne è valsa la pena: Salminen si esibisce nell’unico intervento efficace della partita. Gli ho fatto fare un figurone: anche questo è gioco di squadra)
All’81', in mischia, Petri Itkonen porta a seitsemän le reti avversarie. Se lo potevano anche risparmiare. Anche il gesto di Totti alla Juve pare eccessivo, perchè servono due mani e la cosa è un po’ impacciata.
Non accade altro. Le buone notizie (a-ho giocato; b-non mi hanno spezzato le gambe) sono superiori alle cattive (sconfitta di proporzioni epiche).
***
“Coppa Finlandia?”
“Kyllä”
“Vuoi dire come la Coppa Italia, però in Finlandia?”
“Kyllä”
“E volete proprio che venga io?”
“Kyllä… ci sono state un po’ di defezioni, e abbiamo bisogno di altri giocatori”.
Ricapitoliamo.
Io e Nicola (Rainò, quello binario) abbiamo appena terminato la partitella di calcetto del Martedì, la squadra dove giocavo ha inesorabilmente perso, io mi sono mangiato un paio di goal che avrebbe segnato anche Esnaider, e tu, o fiero alleato scandinavo Risto Saarinen, mi chiedi se voglio giocare in Coppa Finlandia?
Miii… Kyllä se voglio. E quando mi ricapita!?
Il fiero alleato scandinavo Risto Saarinen è un eccellente e brevilineo trequartista, che dà-del-tu-al-pallone, e in-qualsiasi-momento-può-cambiare-il-corso-della-partita (qualcuno disse: se dovessero farmi un trapianto di cervello, vorrei quello di un giornalista sportivo, perché sarei sicuro che non è stato mai usato). Risto è indecorosamente più bravo di me, così come la maggior parte degli amici con cui gioco il martedì (tranne Nicola, forse, che essendo binario preferisce umiliarmi a ping pong). Ma sono tutti molto simpatici e corretti, e sarà un piacere giocare con loro in Coppa Finlandia.
Mancano quattro giorni all’evento, e così ho il tempo di caricarmi (Miii…). Sogno nell’ordine: 1) 1-0 per noi con gol spettacolare del sottoscritto (tipo serpentina in mezzo a sei avversari); 2) 1-0 per noi con gol normale del sottoscritto (tipo deviazione sottomisura, sempre come dicono quelli col cervello nuovo nuovo); 3) 1-0 per noi con assist decisivo del sottoscritto, o alternativamente senza assist ma con salvataggio sulla linea al novantesimo; 4) 0-0 con risoluzione ai rigori e penalty decisivo del sottoscritto, a cucchiaio (o alla Panenka, come sarebbe storicamente giusto dire, anche se questo significherebbe intaccare l’integrità neurologica di cui sopra); 5) 0-0 con risoluzione ai rigori e penalty decisivo tirato anche male, ma basta che entra.
Incubi ricorrenti: uno o più autogol; non mi passano mai la palla; mi passano la palla ma tutte le volte la sbuccio come una pesca.
Alle 12 e 45 di Sabato 4 Aprile arrivo sul campo di Tali (poté nome essere più anonimo?). Fa un freddo immondo, ma io sono carico (Miii…). Vado a cambiarmi. Abbigliamento di CaroDario: maglietta della salute verde militare con scollo a V e conseguente decolleté villoso, tuta nera del Tarioustalo simil-adidas con 2 strisce invece di 3, scarpette da calcetto (quelle da calcio non le ho), giaccone invernale elegante (potevo portare quello sportivo, ma mica me l’avevano detto che giocavamo all’aperto), guanti da neve, cappello verde militare (pendant) modello South Park. In tasca, fazzoletti, barretta Fazer per eventuali emergenze caloriche (in realtà consumata ben prima del fischio d’inizio), e telefonino acceso per scambiare SMS nella tensione dell’evento (Miii…) con RainoBinario e con la Dott.ssa Ravaioli, tifosissima di calcio, l’unica che può darmi soddisfazione in tale frangente (e fornire ulteriori Miii di incoraggiamento).
Il campo è lo stesso utilizzato nel Secondo Tragico Fantozzi: pozzanghere di imprecisata profondità, e promessa di visione mistica a metà ripresa.
Naturalmente parto dalla panchina. La formazione-tipo è già schierata. Il nome della squadra (i buoni, d’ora in poi) è Rumba Regulins, una vaga promessa di sudamericanità calcistica. Gli avversari (i cattivi, d’ora in poi) si chiamano Kiffen Old Boys, e sono una squadra di vecchie glorie del calcio finlandese, tutte over 35, e dunque apparentemente abbordabili (più in là mi sarei ricordato che Baggio ha 38 anni). Naturalmente i buoni sono in bianco, i cattivi in nero. Mi viene consegnato il numero di maglia più sfigato possibile, il 23 (caratteristica che il referto ufficiale enfatizzerà, attribuendomi erroneamente il 26): a parte Beckham, che comunque non mi è mai piaciuto, non credo esistano o siano mai esistiti fuoriclasse nella storia del calcio che abbiano mai indossato quel numero. Guardo la maglietta: è piena di sponsor, sembra una tuta di Formula 1. Tra le altre, scovo l’etichetta di una casa discografica indipendente finlandese, la Spinefarm, che produce ottima musica elettronica. Un minimo di appiglio affettivo in un contesto nel quale sono decisamente alieno.
Calcio di inizio.
Miii.
Cominciano i buoni.
Tre secondi dopo, la palla passa ai cattivi.
Osservo dalla (diciamo così) tribuna (capienza posti 15, numero di spettatori 6, di cui quattro giocatori, un allenatore e la figlia dell’allenatore, unica in abiti civili).
I buoni giocano discretamente compatti, ma gli attaccanti, tra cui il fiero alleato Risto Saarinen, non vedono palla. I cattivi attaccano con ordine, ma non sembrano per il momento pungere.
Al 12’ del primo tempo, il giudice di gara, mentre sua moglie sta chiaramente commettendo adulterio, assegna un inesistente rigore ai cattivi.
Sul dischetto Janne Lappalainen.
Breve rincorsa.
Tiro: portiere da una parte, pallone dall’altra.
Yksi-nolla.
Guarda il mare!!!
Fosse stata una partita con pochi gol, avrei volentieri segnalato anche altre azioni degne di nota. Ma non è andata così.
18’. Esa Pamppunen si invola ramingo ed esule verso la porta difesa (si fa per dire, e capirete presto perchè) da Esko Salminen. Vertice sinistro dell’area di rigore. Tiro. Salminen para ma non trattiene. La palla filtra e per Pamppunen è un gioco da ragazzi infilare a porta vuota.
Kaksi-nolla.
Se qualcuno non ha totalmente dimenticato i mondiali nippo-coreani, questo gol è una fotocopia del primo segnato da Vieri all’Ecuador. Ne consegue il sillogismo:
Il gol di Pampunnen ricorda uno di Vieri
Vieri nell’occasione giocava contro l’Ecuador
I Rumba Regulins sembrano l’Ecuador.
24'. Kari Kukko di piatto.
Kolme-nolla.
28’. SMS della Dott.ssa Ravaioli. Mi chiede quanto stiamo. Superato un breve attimo di sconforto le rispondo sinceramente.
35'. Hannu Hiltunen, che gioca nei buoni, decide che in un modo o nell’altro un gol lo vuole fare. Opta per la soluzione più agevole. La propria porta.
Neljä-nolla. La situazione è seria, ma non tragica.
42'. Innocuo colpo di testa di Henri Keinänen. L’impagabile Salminen va in presa sicura. La palla si trasforma in saponetta Camay. Sguish! E sono viisi.
La situazione è tragica, ma non seria.
43'. Aleksander Baranov si presenta solo davanti al portiere (di nuovo). Dribbling secco. Salminen, fedele al nome, rimane fermo e impassibile. Baranov deposita.
Kuusi-nolla.
Fine primo tempo.
Mi sembra di averne contati sei, ma potrebbero essere di più.
I buoni raggiungono la tribuna. Il fiero alleato Risto Saarinen non ha toccato palla. Nell’aria un senso di spleen baudelairiano: angoscia verso l’infinito. Subentra una più rassicurante atarassia epicurea. Tanto vale farsene una ragione.
Vorrei che non fosse così, ma è grazie all’atarassia che decidono di farmi entrare. Sul nolla-kuusi che danno posso fare?
E così è. Al 10’ circa della ripresa, vengo invitato a scaldarmi.
Miii al quadrato.
Entro al posto dello spento Ahonen, sulla fascia sinistra. Dovrei fare l’ala, come il mio idolo Bruno Conti, ma siccome i cattivi pressano ancora come degli ossessi, di fatto sono terzino.
Ma la squadra sta giocando con piglio diverso. C’è fiducia tra i giocatori: forse lo 0-6 può essere difeso fino alla fine. Verso il 70’ faccio l’unica cosa memorabile di una partita assolutamente anonima: vicino alla mia area mi libero per due volte di tacco dell’assatanata ala avversaria per poi liberare in scioltezza. Per il resto: 2 passaggi azzeccati su 5, un fallo laterale, un mancato aggancio a centrocampo, svariate rincorse vane dietro l’ala di cui sopra, e un sublime atto di vigliaccheria durante una punizione avversaria dal limite (sono in barriera, vedo la palla partire dal piede avversario e ingrandirsi velocemente: se non mi sposto mi arriva in pieno volto. Mi sposto. La palla filtra nel modo più pericoloso possibile, ovvero sbucando improvvisa dalla barriera. Ne è valsa la pena: Salminen si esibisce nell’unico intervento efficace della partita. Gli ho fatto fare un figurone: anche questo è gioco di squadra)
All’81', in mischia, Petri Itkonen porta a seitsemän le reti avversarie. Se lo potevano anche risparmiare. Anche il gesto di Totti alla Juve pare eccessivo, perchè servono due mani e la cosa è un po’ impacciata.
Non accade altro. Le buone notizie (a-ho giocato; b-non mi hanno spezzato le gambe) sono superiori alle cattive (sconfitta di proporzioni epiche).
Thursday, December 08, 2005
Sunday, December 04, 2005
Il ritardo antirazzista
Le partite cominceranno 5 minuti in ritardo, come forma di protesta contro il razzismo. Capisco di essere uno che non afferra subito le cose (mi ci vogliono almeno 5 minuti), ma questa che cavolo di protesta è? A che serve? Chi danneggia? Chi favorisce? Cosa comunica?
Voglio dire, immaginiamoci la scena. Il tifoso razzista (a proposito, smettiamola di dire che sono pochi imbecilli isolati... il razzismo in Italia è un problema reale, più subdolo e meno plateale di altri posti, ma comunque consistente e pienamente in salute) entra nello stadio. La partita comincia con 5 minuti di ritardo. Embè? Cosa succede in quei 5 minuti, secondo gli ideatori dell'iniziativa? Che il razzista riflette e dice a sè stesso e ai suoi tanti amici imbecilli e isolati: "Ragazzi, siamo stati veramente degli stupidi... pentiamoci!"?
E, attenzione, non sto criticando i gesti simbolici in generale. Non sto dicendo che il gesto simbolico dovrebb'essere rimpiazzato dai fatti (come quelli cui Zoro stava per passare domenica scorsa, rifiutandosi di giocare. Peccato che abbia cambiato idea), anche se ovviamente i fatti sarebbero d'uopo. Ma c'è gesto simbolico e gesto simbolico. Qualche striscione arguto e sarcastico, i giocatori che prima del calcio d'inizio alzano il pugno come Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi del 1968, i tifosi non imbecilli e non isolati che coprono di fischi quelli razzisti... tutti questi sono bei gesti simbolici, che hanno un bell'impatto, sia emotivo che culturale.
Ma i 5 minuti di ritardo a cosa caspita servono???
Voglio dire, immaginiamoci la scena. Il tifoso razzista (a proposito, smettiamola di dire che sono pochi imbecilli isolati... il razzismo in Italia è un problema reale, più subdolo e meno plateale di altri posti, ma comunque consistente e pienamente in salute) entra nello stadio. La partita comincia con 5 minuti di ritardo. Embè? Cosa succede in quei 5 minuti, secondo gli ideatori dell'iniziativa? Che il razzista riflette e dice a sè stesso e ai suoi tanti amici imbecilli e isolati: "Ragazzi, siamo stati veramente degli stupidi... pentiamoci!"?
E, attenzione, non sto criticando i gesti simbolici in generale. Non sto dicendo che il gesto simbolico dovrebb'essere rimpiazzato dai fatti (come quelli cui Zoro stava per passare domenica scorsa, rifiutandosi di giocare. Peccato che abbia cambiato idea), anche se ovviamente i fatti sarebbero d'uopo. Ma c'è gesto simbolico e gesto simbolico. Qualche striscione arguto e sarcastico, i giocatori che prima del calcio d'inizio alzano il pugno come Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi del 1968, i tifosi non imbecilli e non isolati che coprono di fischi quelli razzisti... tutti questi sono bei gesti simbolici, che hanno un bell'impatto, sia emotivo che culturale.
Ma i 5 minuti di ritardo a cosa caspita servono???
Sunday, November 20, 2005
Tuesday, November 01, 2005
maxwell's silver hammer
Ho trovato una bellissima animazione Flash per il celebre pezzo dei Beatles tratto da Abbey Road:
www.macca-central.com/macca-news/morenews.cfm?id=1948&LID=1954&IDold=0
"Maxwell's Silver Hammer" rientra in una mini-tradizione del repertorio McCartneyano che associa melodie orecchiabilissime e spensierate a testi inquietanti e politicamente scorretti. Maxwell è un serial killer che fa fuori varie persone (tra le quali la propria ragazza Joan) durante la canzone. Altri esempi sono "Ob-la-dì Ob-la-dà", nella quale Desmond, apparentemente sereno uomo di famiglia, si dedica in realtà a un travestitismo piuttosto perverso (si trucca come sua moglie Molly, e la sostituisce come cantante in un'orchestrina), e "Lovely Rita", che prima viene descritta come una vigilessa militaresca e mascolina, e poi per poco non organizza un'orgia con le proprie sorelle e con il personaggio narrante.
www.macca-central.com/macca-news/morenews.cfm?id=1948&LID=1954&IDold=0
"Maxwell's Silver Hammer" rientra in una mini-tradizione del repertorio McCartneyano che associa melodie orecchiabilissime e spensierate a testi inquietanti e politicamente scorretti. Maxwell è un serial killer che fa fuori varie persone (tra le quali la propria ragazza Joan) durante la canzone. Altri esempi sono "Ob-la-dì Ob-la-dà", nella quale Desmond, apparentemente sereno uomo di famiglia, si dedica in realtà a un travestitismo piuttosto perverso (si trucca come sua moglie Molly, e la sostituisce come cantante in un'orchestrina), e "Lovely Rita", che prima viene descritta come una vigilessa militaresca e mascolina, e poi per poco non organizza un'orgia con le proprie sorelle e con il personaggio narrante.
Sunday, October 30, 2005
il cucchiaio è ceco
Sulla Repubblica di oggi (www.repubblica.it/2005/j/sezioni/sport/calcio/librototti/librototti/librototti.html)
è riportata la notizia dell'imminente uscita di un manuale di calcio di Francesco Totti (che si avvarrà della collaborazione - leggi: correzione ortografica e traduzione in italiano - di un giornalista). La notizia in sé non è malvagia, anzi. Senz'altro Totti è uno che sa giocare molto bene a calcio.
Il problema è l'articolo citato, che per l'ennesima volta attribuisce l'invenzione del cosiddetto 'cucchiaio' al capitano della Roma, datandone il conio all'anno 2000, quando - durante la semifinale degli Europei di Calcio per Nazioni Italia-Olanda, terminata ai rigori a favore degli azzurri - effettivamente Totti si esibì in uno spettacolare rigore centrale, lento e a palombella, che lasciò esterrefatto il portiere Van Der Saar che naturalmente si era buttato su un lato prevedendo un tiro angolato e teso.
Da allora, per estensione, si parla di cucchiaio anche per pallonetti eseguiti con palla in movimento, e colpiti in quel particolare modo nel quale Totti è maestro (non si tratta di pallonetti qualunque: è necessaria una particolare impostazione del piede e del tiro, tutt'altro che scontata).
Per rincarare la dose, l'autore dell'articolo afferma "che solo un brasiliano (o Maradona)" avrebbe potuto cavare fuori dal cilindro un colpo simile.
Davvero?
L'inventore di questo tipo di rigore non è nè italiano, nè brasiliano e nè argentino. E non sono passati secoli da quando per la prima volta si è visto un tiro del genere. Solo 29 anni. Molti dei giornalisti sportivi che ancora scrivono, allora c'erano.
C'ero persino io, anche se avevo solo due anni, e l'unico cucchiaio che mi interessava era quello attraverso il quale avevo accesso alla 'pappa' (in dosi la cui copiosità sto scontando ancora oggi).
L'inventore del cucchiaio è Antonin Panenka, centrocampista della nazionale cecoslovacca, vincitrice dell'edizione del 1976 dello stesso torneo nel quale Totti ha esibito il mirabile colpo.
Se il Pupone viene osannato non solo per la classe, ma anche per il coraggio sfoderato in una semifinale dei campionati europei, bisognerebbe far notare che:
- Panenka tirò a cucchiaio in una finale;
- Totti tirava il terzo rigore dopo che gli olandesi ne avevano sbagliati due, e gli azzurri li avevano tutti messi a segno (l'unico errore italiano, di Paolo Maldini, che curiosamente tirò col piede sinistro, sarebbe avvenuto nel rigore successivo). Si trattava dunque di un contesto abbastanza 'protetto'. Panenka tirò nientemeno che il rigore decisivo, dopo l'errore avversario (si trattava della Germania Ovest, fresca campionessa del mondo). Fu il suo gol a sancire la vittoria ceca. Un eventuale errore lo avrebbe coperto di ridicolo per l'intera carriera.
- Si potrebbe anche aggiungere che Totti aveva contro Van Der Saar, mentre Panenka Sepp Meier. Non so se mi spiego.
Non è finita. I più appassionati ricorderanno anche che nei primi anni '90, Gianluca Vialli provò il colpo in almeno un paio di occasioni, e neanche lui era brasiliano o "Maradona" (per quanto coi piedi ci sapeva fare, eccome). Gli andò bene la prima volta, ma in una semifinale di Coppa Italia con il Torino rimediò la classica figuraccia da cucchiaio: Marchegiani (allora in forza ai granata) rimase fermo ed eretto, e Vialli non potè che osservare il suo tiro lento e liftato finire malinconicamente tra le braccia del portiere avversario.
Questo non vuole nulla togliere a Totti, il quale si è dimostrato grandissimo interprete di questa specialità (anche se la sua brava figuraccia l'ha fatta anche lui col Lecce, nel campionato 2004-2005). E' con i giornalisti che ce l'ho: come musicologo, non sta bene che dica che il primo esempio di distorsione in una chitarra elettrica appare nel 1964 con "I feel fine" dei Beatles (come molti credono), se Johnny Watson usava già i suoni saturati nella sua "Space Jam", datata 11 anni addietro.
In conclusione: chiamiamolo pure cucchiaio, ma non chiamiamolo "alla Totti", perchè in realtà è "alla Panenka".
PS: una curiosità. Panenka, quattro anni dopo la finale vinta con i tedeschi occidentali, si ritrovò a battere un altro calcio di rigore in una finale dei campionati europei, anche se solo per il terzo posto. Gli avversari erano gli azzurri di Bearzot. La partita terminò ancora una volta ai rigori, come si suol dire "ad oltranza" (cioè, dopo la prevista serie di 5 rigori per parte), e fu vinta 10-9 dai cechi, con un solo errore dal dischetto, di Fulvio Collovati. Panenka, che non tirò il rigore decisivo, in quanto era uno dei 5 rigoristi designati, tirò teso ed angolato. Zoff da una parte, pallone dall'altra. Zoff, come sempre fanno i portieri, si tuffò con leggero anticipo. Quindi, anche questa volta, il cucchiaio avrebbe funzionato. Ma, forse, Panenka non voleva banalizzare il fascino di quell'invenzione di quattro anni prima. Forse cercava l'unicità del gesto, oltre che la paternità. Gliele hanno tolte entrambe: l'unicità (ed è un bene) e, soprattutto, la paternità (e non è stato troppo carino).
è riportata la notizia dell'imminente uscita di un manuale di calcio di Francesco Totti (che si avvarrà della collaborazione - leggi: correzione ortografica e traduzione in italiano - di un giornalista). La notizia in sé non è malvagia, anzi. Senz'altro Totti è uno che sa giocare molto bene a calcio.
Il problema è l'articolo citato, che per l'ennesima volta attribuisce l'invenzione del cosiddetto 'cucchiaio' al capitano della Roma, datandone il conio all'anno 2000, quando - durante la semifinale degli Europei di Calcio per Nazioni Italia-Olanda, terminata ai rigori a favore degli azzurri - effettivamente Totti si esibì in uno spettacolare rigore centrale, lento e a palombella, che lasciò esterrefatto il portiere Van Der Saar che naturalmente si era buttato su un lato prevedendo un tiro angolato e teso.
Da allora, per estensione, si parla di cucchiaio anche per pallonetti eseguiti con palla in movimento, e colpiti in quel particolare modo nel quale Totti è maestro (non si tratta di pallonetti qualunque: è necessaria una particolare impostazione del piede e del tiro, tutt'altro che scontata).
Per rincarare la dose, l'autore dell'articolo afferma "che solo un brasiliano (o Maradona)" avrebbe potuto cavare fuori dal cilindro un colpo simile.
Davvero?
L'inventore di questo tipo di rigore non è nè italiano, nè brasiliano e nè argentino. E non sono passati secoli da quando per la prima volta si è visto un tiro del genere. Solo 29 anni. Molti dei giornalisti sportivi che ancora scrivono, allora c'erano.
C'ero persino io, anche se avevo solo due anni, e l'unico cucchiaio che mi interessava era quello attraverso il quale avevo accesso alla 'pappa' (in dosi la cui copiosità sto scontando ancora oggi).
L'inventore del cucchiaio è Antonin Panenka, centrocampista della nazionale cecoslovacca, vincitrice dell'edizione del 1976 dello stesso torneo nel quale Totti ha esibito il mirabile colpo.
Se il Pupone viene osannato non solo per la classe, ma anche per il coraggio sfoderato in una semifinale dei campionati europei, bisognerebbe far notare che:
- Panenka tirò a cucchiaio in una finale;
- Totti tirava il terzo rigore dopo che gli olandesi ne avevano sbagliati due, e gli azzurri li avevano tutti messi a segno (l'unico errore italiano, di Paolo Maldini, che curiosamente tirò col piede sinistro, sarebbe avvenuto nel rigore successivo). Si trattava dunque di un contesto abbastanza 'protetto'. Panenka tirò nientemeno che il rigore decisivo, dopo l'errore avversario (si trattava della Germania Ovest, fresca campionessa del mondo). Fu il suo gol a sancire la vittoria ceca. Un eventuale errore lo avrebbe coperto di ridicolo per l'intera carriera.
- Si potrebbe anche aggiungere che Totti aveva contro Van Der Saar, mentre Panenka Sepp Meier. Non so se mi spiego.
Non è finita. I più appassionati ricorderanno anche che nei primi anni '90, Gianluca Vialli provò il colpo in almeno un paio di occasioni, e neanche lui era brasiliano o "Maradona" (per quanto coi piedi ci sapeva fare, eccome). Gli andò bene la prima volta, ma in una semifinale di Coppa Italia con il Torino rimediò la classica figuraccia da cucchiaio: Marchegiani (allora in forza ai granata) rimase fermo ed eretto, e Vialli non potè che osservare il suo tiro lento e liftato finire malinconicamente tra le braccia del portiere avversario.
Questo non vuole nulla togliere a Totti, il quale si è dimostrato grandissimo interprete di questa specialità (anche se la sua brava figuraccia l'ha fatta anche lui col Lecce, nel campionato 2004-2005). E' con i giornalisti che ce l'ho: come musicologo, non sta bene che dica che il primo esempio di distorsione in una chitarra elettrica appare nel 1964 con "I feel fine" dei Beatles (come molti credono), se Johnny Watson usava già i suoni saturati nella sua "Space Jam", datata 11 anni addietro.
In conclusione: chiamiamolo pure cucchiaio, ma non chiamiamolo "alla Totti", perchè in realtà è "alla Panenka".
PS: una curiosità. Panenka, quattro anni dopo la finale vinta con i tedeschi occidentali, si ritrovò a battere un altro calcio di rigore in una finale dei campionati europei, anche se solo per il terzo posto. Gli avversari erano gli azzurri di Bearzot. La partita terminò ancora una volta ai rigori, come si suol dire "ad oltranza" (cioè, dopo la prevista serie di 5 rigori per parte), e fu vinta 10-9 dai cechi, con un solo errore dal dischetto, di Fulvio Collovati. Panenka, che non tirò il rigore decisivo, in quanto era uno dei 5 rigoristi designati, tirò teso ed angolato. Zoff da una parte, pallone dall'altra. Zoff, come sempre fanno i portieri, si tuffò con leggero anticipo. Quindi, anche questa volta, il cucchiaio avrebbe funzionato. Ma, forse, Panenka non voleva banalizzare il fascino di quell'invenzione di quattro anni prima. Forse cercava l'unicità del gesto, oltre che la paternità. Gliele hanno tolte entrambe: l'unicità (ed è un bene) e, soprattutto, la paternità (e non è stato troppo carino).
Monday, October 24, 2005
belle le pellicce, vero?
http://www.strasbourgcurieux.com/fourrure/
PS: Ciao Giulia, grazie per avermi segnalato il link
PS: Ciao Giulia, grazie per avermi segnalato il link
Friday, September 30, 2005
sex and the fear
Spero che le lettrici di questo blog siano ancora troppo poche, e quelle poche non se la prendano più di tanto, perchè sto per parlare del loro telefilm preferito!
E' successo per la quarta volta su quattro istanze, per cui sono portato a credere che non sia un caso. In quattro circostanze ho espresso il mio parere (non così negativo, ma tutto sommato inferiore alla sufficienza) su Sex and the City, e tutte e quattro le volte mi sono sentito rispondere che dico così perchè in realtà le situazioni come quelle descritte nel telefilm mi "fanno paura, in quanto uomo".
Il fatto che noi uomini scopriamo che anche le donne parlano di sesso, e in quel modo, più personaggi come Samantha, dovrebbe metterci una paura folle, inferendo un ennesimo colpo alla nostra trincea in questa battaglia dei sessi, dove per altro - a mio parere - siamo già stati sconfitti da parecchio.
Allora, una volta per tutte:
- SEX AND THE CITY non mi fa paura, non mi inquieta, non mi scuote, non minaccia la mia identità di uomo, non mi fa sentire deprivato di un ruolo che credevo appartenesse al mio genere, eccetera eccetera.
- SAMANTHA mi sta simpatica. Non è la mia preferita (Miranda lo è), ma è decisamente meglio di quella suora nevrotica di Charlotte, e di quella fiera del cattivo gusto vestiario di Carrie (che sembra, a rotazione, a - un uovo di pasqua, b - un lampadario, c - un carciofo rovesciato).
- Che le donne parlassero di sesso tra di loro non mi sorprende affatto, anzi l'ho sempre saputo. Sono (alcune di) loro, semmai, che hanno sempre negato di farlo, e che anzi bollavano me ed altri come maniaci perversi che "non pensano ad altro". Se queste donne erano sincere, sono loro a doversi scandalizzare ed impaurire per Sex and the City. Non io.
Allo stesso tempo, Sex and the City - pur essendo meglio di tanti altri telefilm - non mi conquista più di tanto, perchè:
- I dialoghi tendono a rifarsi il verso troppo spesso, pur essendo nella maggior parte dei casi divertenti;
- Le attrici, soprattutto la protagonista, non sono esattamente delle Meryl Streep o delle Licia Maglietta. Per tacere degli attori... Ma soprattutto
- Detesto l'esagerato (tipicamente yankee) accento sulla NewYorkness delle protagoniste, e quella morale (di nuovo, tipicamente yankee) in cui alla fine "come NY e l'America non c'è niente". Senza contare le solite venature politico-repubblicane (in Stati Uniti, i democratici non sono altro che repubblicani che parlano anche di sesso e psicanalisi, e che ammettono che il Vietnam è stato un errore): e quindi, diamogli addosso al russo (che sembrava il compagno perfetto, ma poi naturalmente è un debordante egocentrico), facciamo vincere Mr.Big (che sembrava il più stronzo di tutti), facciamo preferire NY persino a Parigi (tra l'altro, in sospetta coincidenza col raffreddamento dei rapporti diplomatici tra Francia e USA), e via discorrendo.
Infine, per chi fosse interessato, ecco le mie fiction televisive preferite (in ordine sparso, eccetto il primo posto, che è proprio primo):
- Il Commissario Montalbano
- Oz
- Saranno Famosi (quello con Bruno Martelli e Doris Schwartz, non quella cosa schifosa della De Filippi. Sia chiaro)
- Moonlighting
- Casa Keaton
- La meglio gioventù (che era nato come fiction televisiva)
- Ally McBeal
- Giudice Amy
- Nip e Tuck
- Il tenente Colombo
- La Signora in Giallo
- I Professionals (che erano una specie di Starsky e Hutch inglesi)
- Sandokan
- Sherlock Holmes (la serie televisiva degli anni '50, con Roland Howard)
E' successo per la quarta volta su quattro istanze, per cui sono portato a credere che non sia un caso. In quattro circostanze ho espresso il mio parere (non così negativo, ma tutto sommato inferiore alla sufficienza) su Sex and the City, e tutte e quattro le volte mi sono sentito rispondere che dico così perchè in realtà le situazioni come quelle descritte nel telefilm mi "fanno paura, in quanto uomo".
Il fatto che noi uomini scopriamo che anche le donne parlano di sesso, e in quel modo, più personaggi come Samantha, dovrebbe metterci una paura folle, inferendo un ennesimo colpo alla nostra trincea in questa battaglia dei sessi, dove per altro - a mio parere - siamo già stati sconfitti da parecchio.
Allora, una volta per tutte:
- SEX AND THE CITY non mi fa paura, non mi inquieta, non mi scuote, non minaccia la mia identità di uomo, non mi fa sentire deprivato di un ruolo che credevo appartenesse al mio genere, eccetera eccetera.
- SAMANTHA mi sta simpatica. Non è la mia preferita (Miranda lo è), ma è decisamente meglio di quella suora nevrotica di Charlotte, e di quella fiera del cattivo gusto vestiario di Carrie (che sembra, a rotazione, a - un uovo di pasqua, b - un lampadario, c - un carciofo rovesciato).
- Che le donne parlassero di sesso tra di loro non mi sorprende affatto, anzi l'ho sempre saputo. Sono (alcune di) loro, semmai, che hanno sempre negato di farlo, e che anzi bollavano me ed altri come maniaci perversi che "non pensano ad altro". Se queste donne erano sincere, sono loro a doversi scandalizzare ed impaurire per Sex and the City. Non io.
Allo stesso tempo, Sex and the City - pur essendo meglio di tanti altri telefilm - non mi conquista più di tanto, perchè:
- I dialoghi tendono a rifarsi il verso troppo spesso, pur essendo nella maggior parte dei casi divertenti;
- Le attrici, soprattutto la protagonista, non sono esattamente delle Meryl Streep o delle Licia Maglietta. Per tacere degli attori... Ma soprattutto
- Detesto l'esagerato (tipicamente yankee) accento sulla NewYorkness delle protagoniste, e quella morale (di nuovo, tipicamente yankee) in cui alla fine "come NY e l'America non c'è niente". Senza contare le solite venature politico-repubblicane (in Stati Uniti, i democratici non sono altro che repubblicani che parlano anche di sesso e psicanalisi, e che ammettono che il Vietnam è stato un errore): e quindi, diamogli addosso al russo (che sembrava il compagno perfetto, ma poi naturalmente è un debordante egocentrico), facciamo vincere Mr.Big (che sembrava il più stronzo di tutti), facciamo preferire NY persino a Parigi (tra l'altro, in sospetta coincidenza col raffreddamento dei rapporti diplomatici tra Francia e USA), e via discorrendo.
Infine, per chi fosse interessato, ecco le mie fiction televisive preferite (in ordine sparso, eccetto il primo posto, che è proprio primo):
- Il Commissario Montalbano
- Oz
- Saranno Famosi (quello con Bruno Martelli e Doris Schwartz, non quella cosa schifosa della De Filippi. Sia chiaro)
- Moonlighting
- Casa Keaton
- La meglio gioventù (che era nato come fiction televisiva)
- Ally McBeal
- Giudice Amy
- Nip e Tuck
- Il tenente Colombo
- La Signora in Giallo
- I Professionals (che erano una specie di Starsky e Hutch inglesi)
- Sandokan
- Sherlock Holmes (la serie televisiva degli anni '50, con Roland Howard)
Monday, September 26, 2005
imprecazioni
Domenica scorsa, durante la rituale partitella di calcio tra amici, sono stato sonoramente rimproverato per aver imprecato.
La situazione calcistica, onestamente, giustificava pienamente il mio disappunto (anche se non la reazione verbale, mi rendo conto). Un compagno di squadra, di suo non troppo incline a liberarsi facilmente della palla, si mette a cincischiare con il pallone sulla linea laterale destra, attirandosi tre avversari addosso, e dunque creando ampissimi spazi per me e per un altro compagno, che attendiamo fiduciosi la palla davanti al portiere avversario, COMPLETAMENTE liberi. Si apre un varco per un passaggio, alziamo la mano, gesticoliamo enfaticamente, e gridiamo pure "dalla in mezzo!", e "siamo soli!".
Niente.
Il nostro ricomincia a litigare con la palla, procede a portarsela all'indietro, la perde, dà il via al contropiede avversario, e prendiamo gol.
Mi scappa.
L'imprecazione, intendo.
E' forte e chiara, e consiste in uno dei nomi con cui è noto il figlio terrestre del dio della principale religione monoteista occidentale. Il nome non viene accompagnato da nessuna qualifica dispregiativa, tipo "Porco" o "Boia", per cui non assume i connotati della bestemmia, però viene gridato con tanta enfasi, e calcando sui suoni duri (Ci ed Erre, Esse e Ti), da non lasciare dubbi che si tratti di un'imprecazione, e non della didascalia ad un'improvvisa apparizione celeste.
In più, si è chiaramente nominato il personaggio invano. E pare che sia altrettanto grave che uccidere e desiderare la donna ad altri.
Il compagno di squadra, fervido credente (e comunque persona gentilissima, calcisticamente corretta, e - nonostante questo episodio - per niente egoista o bigotta), si arrabbia, mi rimprovera seccamente e abbandona il campo.
Abbiamo il tempo di chiarirci negli spogliatoi, e di scusarci reciprocamente (io per avergli mancato di rispetto, e lui per la reazione un po' sproporzionata), per cui nessuno strascico rimane del nostro piccolo contrasto, tanto da consentirmi di scrivere questo post in assoluto relax, e senza il timore di (ri)offendere nessuno.
Ho raccontato l'episodio solo perchè lo sviluppo della discussione con il mio amico mi ha fatto riflettere su un paio di punti, in riferimento al valore semantico dell'imprecazione in sè.
Il motivo della reazione del compagno, come egli stesso mi ha precisato, riguardava il suo forte sospetto che, dicendo io "Cr***o!", mi stessi rivolgendo a lui. Come cristiano, giustamente, si è sentito offeso.
Così ci ho pensato: mi riferivo veramente a lui?
E ho maturato quanto segue:
1) No. Non mi riferivo a lui.
2) Se mi fossi riferito a lui, gli avrei affibbiato un epiteto quantomeno sarcastico, se non aggressivo, no? "Idiota!", "Egoista!", "Chi ti credi di essere? Il Maradona dei poveri?", o quant'altro. Naturalmente non ho pensato nessuna di queste cose (anche perché, se qualcuno mi facesse notare i miei errori calcistici, faremmo notte). Ma allora
3) Perchè considerare "Cr***o!" un'offesa? Ma soprattutto
4) Come fa proprio un credente a considerare "Cr***o!" un'offesa? Non dovrebbe, semmai, essere il complimento per antonomasia (non esente, per altro, dall'innescare un certo senso di onnipotenza)? Evidentemente il compagno di squadra ha pensato al comandamento, e - ripeto: giustamente - ha pensato che mancassi di rispetto a lui, come alla religione in genere, nel nominare il personaggio invano proprio in riferimento ad una situazione nella quale ero palesemente deluso del suo operato calcistico. Il che mi porta a meditare sul ruolo dell'imprecazione (questa in particolare, e tutte le altre in generale) nei pensieri dell'imprecante, e a concludere che
5) Qualunque forma lessicale prenda l'imprecazione, essa non è mai utilizzata con preciso riferimento al proprio significato letterale. In altre parole, mai, pronunciando la parola "Cr***o!" ho pensato a) al personaggio noto ai fedeli come Gesù, il Salvatore, il figlio di Dio, o altre denominazioni; b) al fatto che egli potesse essere in alcun modo responsabile dell'errore calcistico del mio amico; c) al fatto che esistesse una qualunque relazione tra quest'ultimo e il personaggio menzionato nell'imprecazione.
E questo vale per ogni imprecazione. Pensateci un attimo: quando dite "Porca vacca!" vi viene veramente in mente un esemplare femmina di bovino dedito al sesso facile ed occasionale? Dicendo "Vaff..." vi state realmente configurando una situazione nella quale il destinatario del vostro messaggio si dedichi a pratiche sessuali convenzionalmente contro natura? E se sì, siete sicuri che la cosa gli dispiaccia?
Dicendo "Boia di un mondo ladro" avete realmente tutto il tempo di a) antropomorfizzare il pianeta Terra; b) immaginarvelo nei panni di un Arsenio Lupin, o di un altro lestofante meno letterario e raffinato; e c) visualizzare questo essere mostruoso con un cappuccio rosso, un'accetta in mano, sopra una pedana generalmente in legno, pronto a giustiziare un povero innocente (probabilmente l'emittente dell'imprecazione)?
Secondo me, no.
La situazione calcistica, onestamente, giustificava pienamente il mio disappunto (anche se non la reazione verbale, mi rendo conto). Un compagno di squadra, di suo non troppo incline a liberarsi facilmente della palla, si mette a cincischiare con il pallone sulla linea laterale destra, attirandosi tre avversari addosso, e dunque creando ampissimi spazi per me e per un altro compagno, che attendiamo fiduciosi la palla davanti al portiere avversario, COMPLETAMENTE liberi. Si apre un varco per un passaggio, alziamo la mano, gesticoliamo enfaticamente, e gridiamo pure "dalla in mezzo!", e "siamo soli!".
Niente.
Il nostro ricomincia a litigare con la palla, procede a portarsela all'indietro, la perde, dà il via al contropiede avversario, e prendiamo gol.
Mi scappa.
L'imprecazione, intendo.
E' forte e chiara, e consiste in uno dei nomi con cui è noto il figlio terrestre del dio della principale religione monoteista occidentale. Il nome non viene accompagnato da nessuna qualifica dispregiativa, tipo "Porco" o "Boia", per cui non assume i connotati della bestemmia, però viene gridato con tanta enfasi, e calcando sui suoni duri (Ci ed Erre, Esse e Ti), da non lasciare dubbi che si tratti di un'imprecazione, e non della didascalia ad un'improvvisa apparizione celeste.
In più, si è chiaramente nominato il personaggio invano. E pare che sia altrettanto grave che uccidere e desiderare la donna ad altri.
Il compagno di squadra, fervido credente (e comunque persona gentilissima, calcisticamente corretta, e - nonostante questo episodio - per niente egoista o bigotta), si arrabbia, mi rimprovera seccamente e abbandona il campo.
Abbiamo il tempo di chiarirci negli spogliatoi, e di scusarci reciprocamente (io per avergli mancato di rispetto, e lui per la reazione un po' sproporzionata), per cui nessuno strascico rimane del nostro piccolo contrasto, tanto da consentirmi di scrivere questo post in assoluto relax, e senza il timore di (ri)offendere nessuno.
Ho raccontato l'episodio solo perchè lo sviluppo della discussione con il mio amico mi ha fatto riflettere su un paio di punti, in riferimento al valore semantico dell'imprecazione in sè.
Il motivo della reazione del compagno, come egli stesso mi ha precisato, riguardava il suo forte sospetto che, dicendo io "Cr***o!", mi stessi rivolgendo a lui. Come cristiano, giustamente, si è sentito offeso.
Così ci ho pensato: mi riferivo veramente a lui?
E ho maturato quanto segue:
1) No. Non mi riferivo a lui.
2) Se mi fossi riferito a lui, gli avrei affibbiato un epiteto quantomeno sarcastico, se non aggressivo, no? "Idiota!", "Egoista!", "Chi ti credi di essere? Il Maradona dei poveri?", o quant'altro. Naturalmente non ho pensato nessuna di queste cose (anche perché, se qualcuno mi facesse notare i miei errori calcistici, faremmo notte). Ma allora
3) Perchè considerare "Cr***o!" un'offesa? Ma soprattutto
4) Come fa proprio un credente a considerare "Cr***o!" un'offesa? Non dovrebbe, semmai, essere il complimento per antonomasia (non esente, per altro, dall'innescare un certo senso di onnipotenza)? Evidentemente il compagno di squadra ha pensato al comandamento, e - ripeto: giustamente - ha pensato che mancassi di rispetto a lui, come alla religione in genere, nel nominare il personaggio invano proprio in riferimento ad una situazione nella quale ero palesemente deluso del suo operato calcistico. Il che mi porta a meditare sul ruolo dell'imprecazione (questa in particolare, e tutte le altre in generale) nei pensieri dell'imprecante, e a concludere che
5) Qualunque forma lessicale prenda l'imprecazione, essa non è mai utilizzata con preciso riferimento al proprio significato letterale. In altre parole, mai, pronunciando la parola "Cr***o!" ho pensato a) al personaggio noto ai fedeli come Gesù, il Salvatore, il figlio di Dio, o altre denominazioni; b) al fatto che egli potesse essere in alcun modo responsabile dell'errore calcistico del mio amico; c) al fatto che esistesse una qualunque relazione tra quest'ultimo e il personaggio menzionato nell'imprecazione.
E questo vale per ogni imprecazione. Pensateci un attimo: quando dite "Porca vacca!" vi viene veramente in mente un esemplare femmina di bovino dedito al sesso facile ed occasionale? Dicendo "Vaff..." vi state realmente configurando una situazione nella quale il destinatario del vostro messaggio si dedichi a pratiche sessuali convenzionalmente contro natura? E se sì, siete sicuri che la cosa gli dispiaccia?
Dicendo "Boia di un mondo ladro" avete realmente tutto il tempo di a) antropomorfizzare il pianeta Terra; b) immaginarvelo nei panni di un Arsenio Lupin, o di un altro lestofante meno letterario e raffinato; e c) visualizzare questo essere mostruoso con un cappuccio rosso, un'accetta in mano, sopra una pedana generalmente in legno, pronto a giustiziare un povero innocente (probabilmente l'emittente dell'imprecazione)?
Secondo me, no.
Thursday, September 22, 2005
EDIZIONI LIMITATE: i nani erano molto più di sette (5)
C'era anche Vicolo, il nano che oltre a essere corto poteva anche essere stretto
Thursday, September 08, 2005
la pausa
Ciao!
Volevo solo scusarmi per aver rallentato nella pubblicazione dei post. E' stato un Agosto molto intenso nel quale sono successe parecchie cose. Comunque, come diceva Baglioni in quella canzone in cui si identifica in uno dei nipoti di Paperino, "sono vivo e sono Qui".
;Dario
Volevo solo scusarmi per aver rallentato nella pubblicazione dei post. E' stato un Agosto molto intenso nel quale sono successe parecchie cose. Comunque, come diceva Baglioni in quella canzone in cui si identifica in uno dei nipoti di Paperino, "sono vivo e sono Qui".
;Dario
Monday, August 15, 2005
dentino del giudizio
Oggi mi sono svegliato con una convinzione che mi dà l'aria di essere piuttosto saggia. Se lo è, è probabile che ci abbia già pensato qualcun altro a formularla come massima. La convinzione è la seguente:
"La maturità e la forza di un'amicizia (o di un rapporto in generale) sono inversamente proporzionali alla quantità di premesse necessarie agli interessati per comunicare sinceramente".
Bella, eh?
"La maturità e la forza di un'amicizia (o di un rapporto in generale) sono inversamente proporzionali alla quantità di premesse necessarie agli interessati per comunicare sinceramente".
Bella, eh?
Saturday, July 30, 2005
Come demolire lo zoosemioticista
Le discipline zoosemiotiche, e quelle zoomusicologiche in particolare, costituiscono da qualche tempo una preoccupante minaccia per il mondo accademico, a partire dall’Università di Helsinki, che da qualche tempo di questa minaccia è uno degli epicentri. Elaborare una strategia di difesa, o meglio ancora di sabotaggio, è dunque non solo una necessità, ma proprio un dovere morale e politico per l’intera comunità scientifica.
Qui di seguito sono riportate alcune utili – e sperimentate con successo – indicazioni per smantellare ogni pretesa di serietà del discorso zoosemiotico. Valga per ognuna delle strategie suggerite, le parole-chiave che ne descrivono lo spirito sono generalizzazione, sincretismo, semplificazione, banalizzazione.
1 – Estendere il più possibile l’area dei possibili interessi dello zoosemioticista. Studiare un determinato comportamento di una determinata specie animale in un determinato contesto può e deve significare nella mente del sabotatore un onnicomprensivo interesse verso tutto il Regno Animale, incluse le sue sfumature più tangenti ed indirette. Qualunque Dr. Mario Rossi, studioso dei meccanismi di comunicazione interspecifica tra lupi e coyote, va messo al corrente sistematicamente a) dello stato di salute e dell’attività ludica del gatto del sabotatore; b) della recente uscita nelle sale cinematografiche di un enne Free Willy; c) della clamorosa scoperta che due mucche di una fattoria della Florida hanno prodotto il triplo del latte grazie all’ascolto dell’intera discografia di Bruce Springsteen; e d) del fatto che una pagina dell’ultimo libro letto dal sabotatore contenga un riferimento all’attività venatoria di Federico II.
2 – Considerare l’eventuale e probabilissimo amore dello zoosemioticista verso gli animali come una precisa colpa scientifica. Va benissimo se uno studioso di Shakespeare ami Shakespeare, ma se lo zoosemioticista ama gli animali vuol dire almeno che è vegan, partecipa alle azioni dell’Animal Liberation Front e getta uova marce alle donne impellicciate all’uscita dall’opera. Di conseguenza
3 – Distribuire, a intervalli regolari, qualunque possibile luogo comune sugli animali e sulla relazione tra questi e gli esseri umani. Alcuni suggerimenti: a) meglio cento cavie che un bambino; b) gli uomini sono andati sulla luna, mica le zanzare; c) la caccia contribuisce all’equilibrio della fauna; e d) la dieta vegetariana è povera di proteine e ferro.
4 – Fare ampio uso del cosiddetto fattore PP, ovvero petitio principii. Ad esempio, nell’analisi delle differenze tra esseri umani ed altri animali, mostrare inesorabile chiarezza su tutti quegli argomenti che invece, nel discorso unicamente antropologico, chiari non lo sono affatto, come il concetto di linguaggio, intelligenza, estetica, autocoscienza etc. In altre parole, va benissimo se esiste totale discordanza sulla definizione di musica, l’importante è stabilire – dinnanzi a uno zoomusicologo – l’indisputabile assioma che essa sia un fenomeno esclusivamente umano. L’utilizzo del fattore PP rende inutile spiegarne il perché, impresa che di fatto sarebbe tutt’altro che agevole.
5 – Usare senza distinzione tutti gli intergroup biases offerti dalla psicologia sociale. A monte, la percezione del Regno Animale va articolata secondo una classica dinamica ingroup-outgroup: esseri umani da un lato, e tutti gli altri animali dall’altro. In particolare, si suggerisce il ricorso al cosiddetto outgroup homogeneity effect, che più di altri consente al sabotatore di fare di tutta l’erba un fascio. Per esempio, un comportamento rilevato in un ippopotamo si può considerare a priori rilevabile anche in uno squalo. Visto uno, visti tutti.
6 – Ricordarsi che quello degli animali è un soggetto naif. Del resto la maggior parte dei programmi televisivi o cinematografici sugli animali hanno un target infantile. Tale risorsa può essere capitalizzata in tre modi. Supponendo che il Dr. Mario Rossi, presentandosi, informi il sabotatore della sua ricerca sulla comunicazione interspecifica tra lupi e coyote, il sabotatore potrà reagire: a) con un leggero comprensivo sorriso che sottintenda un commento del tipo: “che cosa simpatica”; b) con finta invidia, sul genere: “beato te che puoi occuparti di queste cose! Io invece mi occupo di elettrotermografia”. Ovvero, “beato te che ti puoi divertire con queste cosucce: io devo contribuire al progresso”; c) con una ribattuta del tipo: “ma pensa che combinazione… proprio ieri stavo raccontando la favola di Cappuccetto Rosso a mia nipote”.
7 – Qui ci vuole molta compattezza tra i sabotatori. Tutti, ma proprio tutti, all’atto di apprendere l’attività del Dr. Rossi, dovrebbero fargli attraversare tre fasi: ripetizione, spiegazione, meraviglia. Esemplificando:
SABOTATORE: Di cosa ti occupi?
ROSSI: Zoosemiotica
S: Zoocosa?
R: Z-o-o-s-e-m-i-o-t-i-c-a
S: Zoosemiotica… e che cos’è?
R: Beh… in soldoni è lo studio dei sistemi di comunicazione negli animali non umani…
S: Dai… ma è interessantissimo!
Alla lunga, l’esposizione a una tale continua ridondanza dovrebbe sfiancare il Dr. Rossi. Qualora ciò non dovesse accadere
8 – È bene gestire anche la fase successiva alle succitate ripetizione-spiegazione-meraviglia, la fase FAQ, ovvero Forever Asked Questions. Le FAQ possiedono tre caratteristiche: sono poste di continuo (anche più volte dallo stesso sabotatore, in tempi neanche troppo distanti); riassumono concetti estremamente complessi ed articolati (sul genere “che cos’è l’amore” o “credi in Dio”); e pretendono risposte semplici, concise e convincenti. Riprendiamo il dialogo tra S e R:
[…]
R: Beh… in soldoni è lo studio dei sistemi di comunicazione negli animali non umani…
S: Dai… ma è interessantissimo! Ma davvero gli animali comunicano?
Oppure
[…]
R: Beh… in soldoni è lo studio dei sistemi di comunicazione negli animali non umani…
S: Dai… ma è interessantissimo! E così gli animali comunicano… ma che si dicono?
Oppure
[…]
R: Beh… in soldoni è lo studio dei sistemi di comunicazione negli animali non umani…
S: Dai… ma è interessantissimo! Ma come fai a entrare nella loro mente per capire se veramente comunicano?
[…]
R: Beh… in soldoni è lo studio dei sistemi di comunicazione negli animali non umani…
S: Dai… ma è interessantissimo! Ma… comunicano-comunicano o… [ruotando le mani come per esprimere approssimazione] ‘comunicano’?
9 – In supporto alle FAQ, ed in particolare alla terza delle loro caratteristiche, il sabotatore può mostrare segni di insofferenza verso la spiegazione – necessariamente elaborata – fornita dal Dr. Rossi. “Sì, però stringi…”, “Sì, però in parole povere questo che vuol dire?”, “Sì, però insomma: comunicano o no?”, “Sì, però adesso non metterti a fare la conferenza”, e via di seguito.
10 – Presentare il Dr. Rossi ad altri amici come “cacciatore di lupi”, o “vecchio sciacallo”, o “lupo mannaro”. Far seguire una grassa risata.
Qui di seguito sono riportate alcune utili – e sperimentate con successo – indicazioni per smantellare ogni pretesa di serietà del discorso zoosemiotico. Valga per ognuna delle strategie suggerite, le parole-chiave che ne descrivono lo spirito sono generalizzazione, sincretismo, semplificazione, banalizzazione.
1 – Estendere il più possibile l’area dei possibili interessi dello zoosemioticista. Studiare un determinato comportamento di una determinata specie animale in un determinato contesto può e deve significare nella mente del sabotatore un onnicomprensivo interesse verso tutto il Regno Animale, incluse le sue sfumature più tangenti ed indirette. Qualunque Dr. Mario Rossi, studioso dei meccanismi di comunicazione interspecifica tra lupi e coyote, va messo al corrente sistematicamente a) dello stato di salute e dell’attività ludica del gatto del sabotatore; b) della recente uscita nelle sale cinematografiche di un enne Free Willy; c) della clamorosa scoperta che due mucche di una fattoria della Florida hanno prodotto il triplo del latte grazie all’ascolto dell’intera discografia di Bruce Springsteen; e d) del fatto che una pagina dell’ultimo libro letto dal sabotatore contenga un riferimento all’attività venatoria di Federico II.
2 – Considerare l’eventuale e probabilissimo amore dello zoosemioticista verso gli animali come una precisa colpa scientifica. Va benissimo se uno studioso di Shakespeare ami Shakespeare, ma se lo zoosemioticista ama gli animali vuol dire almeno che è vegan, partecipa alle azioni dell’Animal Liberation Front e getta uova marce alle donne impellicciate all’uscita dall’opera. Di conseguenza
3 – Distribuire, a intervalli regolari, qualunque possibile luogo comune sugli animali e sulla relazione tra questi e gli esseri umani. Alcuni suggerimenti: a) meglio cento cavie che un bambino; b) gli uomini sono andati sulla luna, mica le zanzare; c) la caccia contribuisce all’equilibrio della fauna; e d) la dieta vegetariana è povera di proteine e ferro.
4 – Fare ampio uso del cosiddetto fattore PP, ovvero petitio principii. Ad esempio, nell’analisi delle differenze tra esseri umani ed altri animali, mostrare inesorabile chiarezza su tutti quegli argomenti che invece, nel discorso unicamente antropologico, chiari non lo sono affatto, come il concetto di linguaggio, intelligenza, estetica, autocoscienza etc. In altre parole, va benissimo se esiste totale discordanza sulla definizione di musica, l’importante è stabilire – dinnanzi a uno zoomusicologo – l’indisputabile assioma che essa sia un fenomeno esclusivamente umano. L’utilizzo del fattore PP rende inutile spiegarne il perché, impresa che di fatto sarebbe tutt’altro che agevole.
5 – Usare senza distinzione tutti gli intergroup biases offerti dalla psicologia sociale. A monte, la percezione del Regno Animale va articolata secondo una classica dinamica ingroup-outgroup: esseri umani da un lato, e tutti gli altri animali dall’altro. In particolare, si suggerisce il ricorso al cosiddetto outgroup homogeneity effect, che più di altri consente al sabotatore di fare di tutta l’erba un fascio. Per esempio, un comportamento rilevato in un ippopotamo si può considerare a priori rilevabile anche in uno squalo. Visto uno, visti tutti.
6 – Ricordarsi che quello degli animali è un soggetto naif. Del resto la maggior parte dei programmi televisivi o cinematografici sugli animali hanno un target infantile. Tale risorsa può essere capitalizzata in tre modi. Supponendo che il Dr. Mario Rossi, presentandosi, informi il sabotatore della sua ricerca sulla comunicazione interspecifica tra lupi e coyote, il sabotatore potrà reagire: a) con un leggero comprensivo sorriso che sottintenda un commento del tipo: “che cosa simpatica”; b) con finta invidia, sul genere: “beato te che puoi occuparti di queste cose! Io invece mi occupo di elettrotermografia”. Ovvero, “beato te che ti puoi divertire con queste cosucce: io devo contribuire al progresso”; c) con una ribattuta del tipo: “ma pensa che combinazione… proprio ieri stavo raccontando la favola di Cappuccetto Rosso a mia nipote”.
7 – Qui ci vuole molta compattezza tra i sabotatori. Tutti, ma proprio tutti, all’atto di apprendere l’attività del Dr. Rossi, dovrebbero fargli attraversare tre fasi: ripetizione, spiegazione, meraviglia. Esemplificando:
SABOTATORE: Di cosa ti occupi?
ROSSI: Zoosemiotica
S: Zoocosa?
R: Z-o-o-s-e-m-i-o-t-i-c-a
S: Zoosemiotica… e che cos’è?
R: Beh… in soldoni è lo studio dei sistemi di comunicazione negli animali non umani…
S: Dai… ma è interessantissimo!
Alla lunga, l’esposizione a una tale continua ridondanza dovrebbe sfiancare il Dr. Rossi. Qualora ciò non dovesse accadere
8 – È bene gestire anche la fase successiva alle succitate ripetizione-spiegazione-meraviglia, la fase FAQ, ovvero Forever Asked Questions. Le FAQ possiedono tre caratteristiche: sono poste di continuo (anche più volte dallo stesso sabotatore, in tempi neanche troppo distanti); riassumono concetti estremamente complessi ed articolati (sul genere “che cos’è l’amore” o “credi in Dio”); e pretendono risposte semplici, concise e convincenti. Riprendiamo il dialogo tra S e R:
[…]
R: Beh… in soldoni è lo studio dei sistemi di comunicazione negli animali non umani…
S: Dai… ma è interessantissimo! Ma davvero gli animali comunicano?
Oppure
[…]
R: Beh… in soldoni è lo studio dei sistemi di comunicazione negli animali non umani…
S: Dai… ma è interessantissimo! E così gli animali comunicano… ma che si dicono?
Oppure
[…]
R: Beh… in soldoni è lo studio dei sistemi di comunicazione negli animali non umani…
S: Dai… ma è interessantissimo! Ma come fai a entrare nella loro mente per capire se veramente comunicano?
[…]
R: Beh… in soldoni è lo studio dei sistemi di comunicazione negli animali non umani…
S: Dai… ma è interessantissimo! Ma… comunicano-comunicano o… [ruotando le mani come per esprimere approssimazione] ‘comunicano’?
9 – In supporto alle FAQ, ed in particolare alla terza delle loro caratteristiche, il sabotatore può mostrare segni di insofferenza verso la spiegazione – necessariamente elaborata – fornita dal Dr. Rossi. “Sì, però stringi…”, “Sì, però in parole povere questo che vuol dire?”, “Sì, però insomma: comunicano o no?”, “Sì, però adesso non metterti a fare la conferenza”, e via di seguito.
10 – Presentare il Dr. Rossi ad altri amici come “cacciatore di lupi”, o “vecchio sciacallo”, o “lupo mannaro”. Far seguire una grassa risata.
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